RWANDA, LA NOTTE DELLE STELLE CADUTE

“Chi dà dell’aceto a chi chiede dell’acqua, lo condanna a morte. Chi butta del sale su una ferita, insulta l’ammalato. Chi nega la luce agli occhi di un bambino, lo sta rendendo cieco. Questa terra berrà sangue, Clement.”

Rwanda, la notte delle stelle cadute è un romanzo di Roberto Mauri, pubblicato da Edizioni Dell’Arco di Bologna nel 2005. Il narratore eterodiegetico, il Dottor Roberto Mauri stesso, districa questo racconto servendosi fin da subito di una forma scritta semplice e scorrevole, forse proprio per rendere al lettore l’idea della vita che si svolgeva lì, a Kanombe, quartiere di Kigali, una vita che effettivamente era soltanto pari a ciò che viene detto e a null’altro di più.

LA NOTTE DELLE STELLE CADUTE

 

Siamo nel periodo storico che antecede quello che la Stampa e poi la Storia etichetteranno come il Grande Genocidio degli anni ’90. Suppongo che Roberto Mauri abbia scelto di ambientare il suo racconto proprio a pochi giorni dall’inizio di quello scempio, perché arriverà successivamente nel martoriato Rwanda, precisamente a Gisenyi, nel 1995, nelle vesti di quell’infermiere professionale che è tutt’oggi e che ha esercitato a lungo la sua professione anche in altri Paesi in via di sviluppo, soprattutto a servizio dei bambini. Protagonista di questa storia è difatti un bambino.

Clement ha 8 anni e non è un bambino triste semplicemente perché non conosce più di ciò che sa, non desidera più di ciò che già ha, non ha mai sentito il trillo di una sveglia (non l’ha neanche mai vista una sveglia), va a dormire quando il sole cala e si desta quando sorge. Non sa per quale motivo gli occidentali, gli abazungu, sono a Kanombe, e perché abbiano circondato la sua scuola, indossino sempre le divise da militari e tengano d’occhio ogni bambino che oltrepassa la barriera di filo spinato di un posto di blocco puntandogli contro una mitragliatrice. Ma se Clement non sa, chiede. “Gli abazungu ci aiutano, a loro dobbiamo un grande rispetto”, gli ripete la sua maestra. Però non c’è amore negli aiuti che vede, non c’è calore, non c’è una vera risposta alle sue domande. Saranno l’intuito e la razionalità del vecchio e saggio Emanuel, il muzehe, a dare una scossa all’abbandono degli interrogativi ed a incoraggiare la fuga verso un posto sicuro “…dove nessuno potrà mai trovarti, Clement, nemmeno io. Scappa e nasconditi!”.

Quando si principia la lettura di questo libro si ha la sensazione immediata che qualcosa di insolitamente mostruoso stia per accadere. Effettivamente, questo presentimento accompagna il lettore fino al decimo ed ultimo capitolo, ma non gli lascia possibilità di spaziare con la propria immaginazione su cosa avverrà dopo, in quanto le tragiche vicende che hanno colpito il Rwanda sono ormai ben note ai più. Intenerisce, inoltre, la rivelazione contenuta nella penultima pagina, riguardante la motivazione della scelta di quel preciso titolo che Mauri ha dato a questo capolavoro: l’esplosione in volo dell’aereo presidenziale vista con gli occhi di un bambino pochi minuti prima della mezzanotte di quel 6 aprile 1994, quando Juvénal Habyarimana e il suo omologo burundese furono vittima di quell’attentato che diede il via alla sistematica eliminazione dell’etnia dei Tutsi, “a colpi di machete”.

Non si sa, dunque, che fine o cosa avrà fatto Clement. Se sarà tra il milione di morti che il Rwanda ha contato o se sarà andato ad ingrossare le file di chi, pur avendo ancora un corpo, è in realtà morto dentro… Con “Rwanda, la notte delle stelle cadute non ci è dato di sapere, ci è pregato di riflettere. Ed è forse il nostro compito di rilanciare quella domanda: che cosa siamo qui a fare? O peggio: che cosa facciamo?

N. F.